mercoledì 28 dicembre 2016

Cinque anelli d'oro

(27 e 28 dicembre)

... una pernice in un pero
due tortore
tre galline francesi
quattro uccelli che richiamano
cinque anelli d’oro
sei oche che covano
sette cigni che nuotano
otto fanciulle che mungono
nove signore che danzano
dieci signori che saltano
undici pifferai che suonano
dodici tamburini che battono il tamburo...

(Filastrocca inglese dedicata alle dodici notti - o ai dodici giorni di Natale - pubblicata per la prima volta nel 1780, sul libro Gioie innocenti. Si ringrazia, per la citazione integrale e per l'interessante articolo ad essa dedicato, il blog Racconti dal passato.)

Ricordarsi di non rifare gli errori del passato.
Siamo nella fase in cui l'Amore deve prevalere sugli egoismi individuali. Dobbiamo superare i nostri "piccoli desideri" e metterci al servizio degli altri. Solo in questo modo sarà possibile scacciare ogni negatività dalla nostra anima, preparandola in tal modo alle "notti di battaglia".
Il Quattro è il numero della Terra e, per i pitagorici, rappresentava la Giustizia. Il Cinque, invece, era per gli alchimisti il numero della Quintessenza, che rappresentava l'unione dei cinque elementi (acqua, aria, terra, fuoco ed etere) e, dunque, la congiunzione realizzata di materia e spirito. (Così come gli uccelli sono da sempre animali psicopompi.)
Immagine da Pinterest
Si tratta quindi di affondare bene e il più possibile le nostre radici nel terreno - non solo per prepararci all'urto successivo, ma anche per avere la lucidità necessaria per distinguere il Bene dal Male, l'Egoismo dall'Altruismo, la Chiusura rispetto all'Apertura. Il mondo non ruota solo intorno alle nostre volontà concrete ed immediate e alle nostre passioni: ciascuno di noi è immerso in un "tutto", che è divino e che ci circonda sempre - anche quando non ne abbiamo la percezione. La chiave per immergerci in questo unicum è l'Amore.
Non bisogna strepitare, in questa fase. Non bisogna alimentare pensieri negativi, perché ciò sarebbe rischioso e ci metterebbe poi a dura prova per tutto il resto dell'anno. Come ho già scritto, questo è il periodo del silenzio.
Per questi giorni,voglio citare il mio caro Gerald Jampolosky, il cui Amare è lasciare andare la paura è stato illuminante:
«Tutto ciò che do, è dato a me stesso. [...] Quando diamo agli altri incondizionatamente, senza aspettative di riavere nulla in cambio, l'Amore dentro di noi aumenta, si espande e si unisce. In questo modo, dando il nostro Amore, aumentiamo l'Amore che è in noi e tutti si arricchiscono. [...] Non è carità da parte mia offrire perdono e Amore agli altri invece di attaccarli. Piuttosto, è il solo modo che mi permette di accettare l'Amore verso me stesso.» (P. 9)

martedì 20 dicembre 2016

Porte che si chiudono

(21 giugno - 21 dicembre)

Proprio oggi torno a riflettere sul sonno, connesso al Solstizio invernale e, per contrasto, al suo esatto opposto, il Solstizio estivo. Quest'ultimo rappresenta la pienezza, la maturità dei frutti (che però, in breve, se non raccolti e consumati, saranno destinati alla marcescenza), la solarità estrema (che priva della vista allo stesso modo dell'oscurità), il culmine dell'unione dei corpi (che è la morte prima della rinascita). E così come nello splendore fecondo dell'estate sono racchiusi già i semi della cessazione, della putredine, del ritorno alla terra, com'è giusto che sia nell'inverno e nel suo rigore germoglia la vita. Il frutto che cade lascia nel grembo terreno i suoi semi. Questi vengono accolti, sepolti, messi in letargo e infine torneranno a fruttificare, quando sarà il momento.
Il sonno dell'inverno (per quanto a volte così rigido e difficile da affrontare) è necessario al perpetuarsi della vita. Più ancora del nutrimento.
E' il sonno, infatti, a ricongiungerci con i "mondi altri", con gli universi paralleli, con l'Oltre-mondo, comunque lo si voglia chiamare e concepire.
Sleeping girl di © Virginia Lee

La vita è sogno... e nel sonno invernale noi ci rigeneriamo attraverso la connessione con "l'Altro" (che è dentro e fuori di noi), attraverso la discesa nell'oscuro (questa è l'importanza delle Dodici Notti) che è, a ben vedere, un viaggio orfico e onirico. Non a caso, in questo periodo sono proprio i sogni a indicarmi la strada: lo fanno attraverso il loro linguaggio sibillino, che a volte fatico a decifrare - ma lo fanno.
E poi, quasi come a chiudere il cerchio, proprio ieri ha nevicato. La neve è il suggello, la neve è la coltre che protegge il riposo della terra.
Non importa quanto sia greve ora sopportare l'oscurità, il gelo, le giornate senza sole, la mancanza (apparente!) di vita nelle nostre campagne. Ora è il momento di abbandonarci al sonno. Ed esso ci proteggerà dai rigori della stagione per restituirci una promessa, un germoglio, una nuova via da intraprendere...

giovedì 8 dicembre 2016

Dell'importanza del sonno invernale

Non capisco esattamente per quale motivo (o forse sì, ma adesso non mi va di scriverne), ma d'inverno la gente mi appare particolarmente chiassosa. In città le corse si fanno sempre più frenetiche man mano che ci si avvicina alla famigerata data del 25 dicembre: traffico, luci intermittenti nei negozi, sfarzosi e omologatissimi alberi di Natale. Tutto molto fashion, tutto molto isterico.
Allo stesso modo non si risparmiano gli utenti del Web e dei social network che, da buoni partigiani, si dividono tra amanti e odiatori del Natale, sfidandosi in una guerra di link e gif animate, condotta a colpi di Santa Claus ammiccanti o di cinici Grinch imbronciati.
Insomma, da qualunque parte lo si consideri, questo periodo è un grande caos - un'orribile parodia in chiave consumistica di ciò che in verità era (e dovrebbe essere) il periodo solstiziale.
Frammenti di rosso (di fuoco!) nella campagna
intorno a casa mia...
Dopo la sfilata dei demoni-Krampus in occasione della festività di San Nicola (6 dicembre), a passi sempre più svelti ci avviciniamo al delicatissimo periodo delle Dodici Notti, comprese tra la Vigilia e l'Epifania. Una vera e propria immersione nell'oscurità e nella Terra (guidata da simboli importanti: il Sole, il Fuoco, l'Albero, la Stella), che dovrebbe condurre al rinnovamento individuale e cosmico. Non a caso la Natura ci invita (contrariamente a quanto accade nelle nostre città!) alla calma, al riposo, alla pausa e alla meditazione: la terra è ghiacciata, immobile. Molti animali dormono, immersi in un sonno che è immagine della morte. Tutto è rallentato, cristallizzato nella brina che copre i campi, che dipana le sue tele delicatissime tra i rami degli alberi, tra gli steli sopravvissuti. Il freddo e il sonno sono tappe imprescindibili per il Risveglio... così come ogni Notte è indispensabile per una nuova alba.
Per il Sonno sono necessari delicatezza e silenzio - l'esatto contrario del berciare forsennato a cui la maggior parte delle persone si abbandona in questo periodo. A tale proposito, in conclusione di questo post, voglio riproporre uno stralcio da La valle delle donne lupo di Laura Pariani (recensito qui), a proposito del "rumore delle parole", dell'uso sbagliato che facciamo della nostra capacità di comunicare. In questo caso, la parola non è più "magica", ma veicolo di distrazione e di smarrimento.
«Però adesso basta. Ha parlato troppo. Il mondo è avvelenato dalle parole. Le parole sono una trappola. Si comincia a morire attraverso la bocca, come i pesci, diceva sopà: era uno che parlava poco, diceva che lingua sciolta è all'uso delle beghine; che l'uomo nelle situazioni difficili più risparmia la lingua e meglio avanza verso il suo scopo. Chiaro che lo diceva perché era maschio: agli uomini non piace se le donne parlano; epperciò loro tiran fuori sempre sentenze dei seculòrum per convincere le donne a tacere. A parte questo, lei è convinta che, efforse sì, bisognerebbe trovare un altro modo di esprimersi, un nuovo linguaggio in cui si possa comunicare con leggerissimi segni, come gli animali. Ci rendiamo conto di come le bestie sono libere senza il nostro armamentario di paroloni grdiati a voce scannarozzata?»

venerdì 25 novembre 2016

Della morte e dell'amore

In questa giornata dedicata alla violenza contro le donne, ho scelto, per questo post, un titolo che strizza l'occhio al vecchio film di Michele Soavi, ma che in realtà mira a sottolineare (con quanta amarezza!) il binomio attraverso cui i media italiani spesso tentano di "sdoganare" (quando non addirittura giustificare) il femminicidio: l'ha uccisa perchè l'amava troppo - ed ecco che, pericolosa e sotterranea sempre di più si diffonde l'idea che, per amare, sia necessario opprimere, schiacciare, possedere, annientare.

Purtroppo, in questi giorni, a causa di problemi lavorativi e personali, non ho avuto tempo di scrivere nulla di nuovo. Per questo 25 novembre, dunque, vi ripropongo una selezione di vecchi articoli già pubblicati sul vecchio blog La Cassandra, dedicati ai diritti delle donne e alla violenza di genere.

Buona lettura! :)

Non voglio fare la maestra d'asilo! - Riflessioni di una docente (esasperata) di scuola superiore: dove sta scritto che noi donne altro non possiamo fare, se non cambiare pannolini?

... e liberaci dal male - Contro la misoginia veterotestamentaria di Camillo Langone (nella speranza che, prima o poi, si tolga qualche ragnatela di dosso!)

P come Patriarcato

Ni una màs - L'importanza delle parole e quella (relativa) dei dati statistici

Oltre le celebrazioni - Resoconto del laboratorio scolastico dedicato all'aborto selettivo a danno delle bambine, realizzato nel 2015 con una delle mie classi del biennio.

lunedì 14 novembre 2016

Dell'importanza di inventare storie

Raccontare storie è un'attività antica quanto l'uomo. Prima ancora della scrittura, prima ancora delle forme letterarie, esistono le parole e le storie.
Oggi viviamo in una società e in un'epoca in cui il valore della parola letteraria è sminuito, quando non addirittura additato come inutile, superfluo. Un'attività per oziosi e per sognatori. E, si sa, nessuno ha più bisogno di sognatori: dobbiamo essere dei tecnici,  dobbiamo essere a tutti i costi pragmatici e realistici, calati nell'attualità ed espertissimi delle ultime tecnologie - diventate ormai il fine della nostra esistenza, anziché semplici strumenti attraverso cui comunicare. Vogliono toglierci la facoltà precipua dell'essere umano, per renderci sempre meno umani e, dunque, sempre più manovrabili. Vogliono toglierci l'immaginazione.
«Professor Vivaldi, non faccia della poesia!» esclamava esasperato il preside di scuola superiore rivolto all'appassionato insegnante di lettere interpretato da Silvio Orlando, nel film La scuola, di Daniele Luchetti. Quasi come se fosse un'oltraggiosa perdita di tempo, "fare poesia".
Invece nasce tutto da lì: la nostra ψυχή, i nostri sentimenti, la nostra umanità (perdonate se mi ripeto) nascono proprio dalla nostra capacità po(i)etica e immaginativa.
Senza la fantasia non avremmo mai immaginato e creato storie. Prometeo non avrebbe mai rubato il fuoco a Zeus; la guerra di Troia avrebbe avuto come unica (banale) motivazione la rivalità commerciale tra le più importanti città del Mediterraneo; Catherine e Heathcliff non si sarebbero mai innamorati; e nessuna balena bianca avrebbe mai solcato i mari, tormentando l'anima e i pensieri di un vecchio capitano zoppo.
Senza la fantasia saremmo solo macchine a cui è stato concesso il dono della vita, automi dotati della facoltà di riprodursi. Niente di più.

Cappuccetto Rosso
illustrato da
© Cory Godbey
Ai miei alunni pongo sempre la stessa domanda: «Perché l'uomo inventa storie?». Il più delle volte mi guardano dubbiosi: quali storie? Nessuno ha bisogno di inventare storie! Google ci racconta già tutto quello che abbiamo bisogno di sapere! Invece, a ben vedere, siamo ancora circondati da miti e fiabe di ogni genere. Nonostante i tentativi di renderci sterili, nonostante la tecnocrazia dilagante, le storie sono pur sempre tutto intorno a noi: nei libri che possiamo acquistare al supermercato, nelle leggende metropolitane che si diffondono tramite i social network, nelle fandonie che inventiamo per spiegare (a tutti i costi!) ciò che non sappiamo... noi usiamo quello che resta della nostra facoltà immaginativa.
E' per questo che possiamo sperare ancora in un risveglio delle coscienze. Chi scrive storie (anche imperfette, acciaccate, sgrammaticate) è un partigiano della fantasia - e le storie stesse sono armi di resistenza, proiettili che colpiscono il cuore della moderna indifferenza, dell'individualismo esasperato che ci vuole sempre "interconnessi", ma disperatamente soli.

In questo senso, credo che la scuola (ogni genere e grado di scuola!) non dovrebbe limitarsi allo studio della letteratura e dei generi letterari, ma con ogni mezzo dovrebbere cercare di trasmettere la passione per la lettura e per la scrittura creativa - quest'ultima purtroppo del tutto ignorata dai programmi ministeriali.

Non è la prima volta che rifletto su questi argomenti; ma oggi mi ci sono soffermata in modo particolare, dopo aver tenuto la mia prima lezione di italiano ad una classe di studenti provenienti dal carcere. Senza pensarci troppo, ho posto loro la stessa domanda che ad ogni inizio di anno scolastico rivolgo (come ho già scritto) ai miei studenti quindicenni: «Perché l'uomo inventa storie?». Questa volta non ho incontrato sguardi dubbiosi, ma occhi che, al contrario, finalmente si illuminavano: «Per imparare! Raccontiamo storie per imparare e per trasmettere ciò che abbiamo imparato!». E' così: nessun progresso umano (neppure quello scientifico e tecnologico, che tanto idolatriamo) sarebbe mai stato possibile, se non avessimo dapprima immaginato un futuro migliore per noi stessi e per le generazioni future...

sabato 12 novembre 2016

P come Perdono

Dal dizionario etimologico
PERDONARE: dal latino per-donare, "donare, rilasciare", "assolvere dalla pena"


Sempre più spesso noto come, sui social, vada di moda inneggiare ai propri difetti e al proprio brutto carattere.
Sono cinica e me ne vanto. Ho un caratteraccio... fatevene una ragione! E così via. Lungi da me voler fare l'elogio della perfezione (che è mortale) o dell'eccessiva stigmatizzazione delle qualità peggiori di ciascuno di noi: siamo esseri umani e, come tali, abbiamo lati d'ombra e lati di luce. E' un dato di fatto.
Tuttavia credo che compiacersi eccessivamente di ciò che genera solitudine, rabbia, malumore significhi sminuire l'importanza di questa vita: siamo qui per imparare, per crescere attraverso il nostro cammino, per mutare, non per restare immobili in una cristallizzazione sclerotica delle nostre caratteristiche peggiori.
Tra l'altro, ho il sospetto che l'ostentazione del negativo celi in realtà una profonda mancanza di accettazione di sé: sbattiamo in faccia agli altri i nostri difetti nella speranza di trasformarli in un punto di forza e, dunque, renderli più accettabili per noi stessi. Ma questa non è mai una buona soluzione. Al contrario, dovremmo accettare i nostri fallimenti, le nostre cadute... Accettare la nostra imperfezione non per restarvi prigionieri, ma per giungere a perdonarci - e, forti di questo perdono, trovare nuovo vigore per il cammino che dobbiamo (dovremmo?) affrontare.

Sono argomenti su cui sto riflettendo molto in questo periodo. Lo faccio tra una lettura e l'altra: sto recuperando molti autori e titoli interessanti e ne sono felicissima.
A proposito di accettazione, consapevolezza e perdono (di cui ho parlato in questo post), rimando alla mia recensione, su Phaneron, dell'interessante saggio di Gérard Athias sulla malattia (La biologia e il senso della malattia). La trovate qui.

A presto! :)

domenica 23 ottobre 2016

P come Paura

Dal dizionario etimologico
PAURA: dal latino pavorem, da paveo: "io temo" e "sono percosso, abbattuto"


«La paura di fatto è una richiesta d'aiuto e quindi una richiesta d'Amore» scrive G. Jampolsky nel suo Amare è lasciare andare la paura.
E', infatti, proprio quando siamo "percossi, abbattuti", funestati dai colpi della vita, che - più che in ogni altro momento - abbiamo bisogno di ricevere atti d'amore.
E, se l'amore è scambio reciproco (attenzione, ho scritto "scambio": non un becero accaparrarsi della tenerezza altrui, senza mai dare nulla in cambio), ecco che allora esternare la propria paura diventa importante e fondamentale proprio nella costruzione dell'Amore stesso.
Purtroppo, viviamo in una società che ci insegna ad essere (o, meglio, ad apparire) invicibili. Mass media, modelli genitoriali deleteri, pseudo-amici, ambienti lavorativi estremamente competitivi ci educano a non mostrare mai le nostre debolezze, ad alimentare la rabbia a scapito del perdono, la rivalsa sugli altri a dispetto dell'amore verso di sé.
Al contrario, imparare a raccontare e a vivere le nostre paure è un atto d'amore primigenio, di onestà intellettuale assoluta, sia nei confronti degli altri sia nei confronti di noi stessi.

Foto di © Michael Rougier
Ammettiamo di nutrire timori, irrisolti, di vedere fantasmi del passato albergare verso di noi. Comunichiamolo a chi ci sta intorno, invece di indossare scomode e soffocanti armature, per apparire quegli eroi invincibili che in verità non siamo.
Venire a patti con la paura è un atto d'amore in primis verso noi stessi e (non poi così secondariamente) verso chi ci circonda.
Quante volte, durante una lite o uno scontro con una persona - anche amata - abbiamo preferito trincerarci dietro battute pungenti o crudeli, dietro a ostentazioni di sicurezza ("Non mi mancherai affatto", "Te la farò pagare", "Non ti perdonerò mai") quando, nel nostro intimo, eravamo semplicemente terrorizzati? Perché schiaffeggiare qualcuno con parole come: "Non ho alcun bisogno di te?" quando, a volte, ciò che più ci paralizza è la mancanza dell'altro?
E' proprio questa la folgorazione di oggi: negare le proprie paure è stupido. Controproducente. Un suicidio emotivo.
Per quello che mi riguarda, voglio imparare non solo a conviverci, ma renderle punti di forza. Impastandole come se fossero creta, giorno dopo giorno, trasformarle in quei "mattoni gialli" che mi porteranno sempre più vicina a coloro che amo.

"Amami, non vedi che ho paura?"

giovedì 15 settembre 2016

#fellatioanchio

Dei bigotti. Di quelli che hanno sempre la verità in tasca. Degli uomini che: le puttane nel letto, le madri e le sante all'altare.
Delle donne che: le ragazze per bene queste cose non le fanno.
Degli ipocriti secondo cui solo agli uomini può piacere il sesso; le donne che lo amano sotto sotto devono essere un po' zoccole.
Dei perbenisti che: la fellatio no... oppure, se proprio si deve, solo con un certo fastidio.
Di quelli che: lei, dopotutto, non era una verginella.
Di quelli che: il tradimento mai - meglio una relazione frustrante, insoddisfacente e corrotta a vita.
Dei coraggiosi da tastiera, mascherati dietro a stupidi nickname.
Dei troglomaschilisti dalla battuta (volgare) facile, ma sempre solo se scritta su un social network. (Dal vivo, ve lo assicuro, si rivelano molto mansueti.)
Di quelli che: se l'è andata a cercare.
Di quelli che osservano la triste sfilata delle prostitute per strada o delle tette e dei culi sui cartelloni pubblicitari - ma quello va bene, tutto sommato è concesso.
Di quelli che: ma in fin dei conti... lei che ci faceva in giro a quell'ora? E com'era vestita?

Tiziana Cantone è morta per colpa vostra.
Tiziana era una giovane donna forse debole (come lo siamo tutti), forse dotata di scarsa consapevolezza (e chi può dirsi del tutto inaffondabile?), forse in balia delle onde (e chi non è mai stato naufrago in questa esistenza?) - ma era una vita. Tremante, palpitante, nel pieno divenire dei suoi 31 anni, bellissima.
E voi l'avete spezzata. Calpestata sotto il peso della vostra facoltà giudicante. Voi che vi sentite sempre in diritto e in dovere di puntare il dito e di sputare le vostre velenose sentenze sulle esistenze altrui.
Guardatevi allo specchio: ora che Tiziana non c'è più, vi sentite meglio? Soddisfatti nella vostra brama di sangue misto a moralismo da trenta denari? Oppure non avrete tempo di crogiolarvi nella gioia che provate di fronte alla morte di un'altra puttana, perché già impegnati a scagliarvi contro la prossima vittima? A chi toccherà? Alla tredicenne stuprata dal branco? Alla diciassettenne strafatta di alcol? O a qualche altra pecora sacrificale di cui il Web non ci tramanderà memoria e a cui non potremo (noi, donne non "dabbene") rendere giustizia neppure con le nostre parole?

Sapete che vi dico? #fellatioanchio. E adesso lapidateci tutte.

giovedì 1 settembre 2016

Hai un utero. Se non lo usi, che razza di donna sei?

Invereconda. Non credo che ci siano altri aggettivi per definire la campagna voluta dal Ministero della Salute e dalla ministra Lorenzin a sostegno della fertilità.

Una campagna che si prefigge di:
1) informare i cittadini sul ruolo della Fertilità [addirittura con la lettera maiuscola! L'ideologia renziana contro tutte le regole dell'ortografia! N.d.A.] nella loro vita, sulla sua durata e su come proteggerla evitando comportamenti che possono metterla a rischio;
2) fornire assistenza sanitaria qualificata per difendere la Fertilità, promuovere interventi di prevenzione e diagnosi precoce al fine di curare le malattie dell'apparato riproduttivo e intervenire,  ove possibile, per ripristinare la fertilità naturale;
3) sviluppare nelle persone la conoscenza delle caratteristiche funzionali della loro fertilità per  poterla usare scegliendo di avere un figlio consapevolmente ed autonomamente;
4) operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società, promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione;
5) celebrare questa rivoluzione culturale istituendo il “Fertility Day”, Giornata
Nazionale di informazione e formazione sulla Fertilità, dove la parola d’ordine sarà scoprire il “Prestigio della Maternità”.
(Tratto dal Piano Nazionale per la Fertilità - Difendi la tua fertilità, prepara una culla nel tuo futuro, diffuso in questi giorni dal Ministero.)

Ora, io non vorrei passare per la solita puntigliosa guastafeste, ma tutti i punti sopra elencati sono contestabili dal punto di vista sia storico sia sociale.
Già durante il ventennio fascista erano state concepite discutibili campagne politiche a difesa della fertilità, che esaltavano la donna unicamente come "strumento essenziale per la riproduzione" (si pensi al divieto di vendita di mezzi anticoncezionali; all'istituzione, nel 1933, della "Giornata della madre e del fanciullo"; alla creazione dell'OMNI - Opera Nazionale per la protezione della maternità e dell'infanzia ecc.).
Oggi la ministra Lorenzin pensa bene di tirare fuori dal cilindrone catto-democristiano il peggio dei pregiudizi italici sul femminino, escogitando un "Piano Nazionale per la Fertilità" fascistoide, condito di (pessimo) humor pubblicitario - che fa tanto Paese giovane e alternativo.
Peccato che, come scrivevo sopra, il FertilityDay sia vergognoso da qualunque parte lo si voglia considerare.

Alcune immagini della campagna pubblicitaria
dedicata al FertilityDay, promossa dal Ministero della Salute.

Andiamo per gradi...

1) il Ministero vuole informarci sull'importanza della fertilità e sul fatto che essa sia (nella donna) un "bene pubblico" (!!!) effimero, in quanto, dopo i 35 anni, «concepire un bambino diventa progressivamente più difficile» (dal Piano Nazionale per la Fertilità): la classica scoperta dell'acqua calda, insomma, giacché le donne sono perfettamente consapevoli di quanto sia difficile e potenzialmente rischioso concepire un figlio dopo la soglia dei 35. Se decidono di non averne o di affrontare le complicazioni di una gravidanza a rischio è perché nel nostro civilissimo "bel" Paese è praticamente impossibile, a causa delle percentuali di disoccupazione e per la totale mancanza di ammortizzatori sociali e di servizi a sostegno di genitori e bambini, mantenere un figlio quando si è molto giovani - a meno che non si scelga di farsi aiutare in toto dai nonni.
Nel Piano Nazionale per la Fertilità, il problema della disoccupazione giovanile viene sì menzionato, ma quasi distrattamente; ciò su cui ci si focalizza è il "ruolo sociale" della fertilità - e della fertilità femminile in primis (la paternità è solo una "conseguenza" (sic!) perché l'uomo può e deve affermarsi socialmente in molti modi; la donna, invece, è precipuamente fattrice - con buona pace di ogni conquista nell'ambito dei diritti femminili).
Nelle donne, in particolare, sono andati in crisi i modelli di identificazione tradizionali  ed il maggiore impegno nel campo lavorativo e nel raggiungimento di una
autonomia ed autosufficienza ha portato ad un aumento dei conflitti tra queste tendenze
e quelle rivolte alla maternità. Nello stesso tempo la crisi economica ha determinato  un’elevata  disoccupazione giovanile, tra le più alte d’Europa e questo ha reso ancora più difficile per i giovani ideare progetti di vita autonoma rispetto alla famiglia d’origine. Il ritardo nell’uscita dalla casa dei genitori si riflette anche nel ritardo nel progettare la nascita del primo figlio.
Fra  le  motivazioni  possiamo  riflettere  sulla  mancanza,  attualmente,  del  valore  sociale della  maternità,  (e più in generale, dell’essere genitori).  Con ciò intendendo il  non riconoscimento, in ambito pubblico, del fatto che essere madri non è solamente una scelta personale, ma è un’esperienza che caratterizza in modo decisivo la vita di una persona, ne aumenta  le  competenze, ne disegna il tratto umano e le capacità   organizzative e relazionali, mutandole e maturandole.
2) Il Ministero vorrebbe aiutarci a una scelta "matura e consapevole" della maternità - e questo appare in netta contraddizione con quanto affermato nel corso di tutto il documento, visto che spesso l'unica vera scelta matura e consapevole consiste proprio nello decidere di non avere figli - piuttosto che averli e poi non poterli gestire né organizzativamente né economicamente. La maternità dovrebbe essere infatti un atto di amore estremo, teso a garantire al bambino che verrà una vita degna di essere vissuta - non un atto di egoismo individuale ("Faccio un figlio perché ne ho bisogno/mi fa piacere... e poi vedremo come andrà") né tanto meno sociale (la fertilità come "bene pubblico" è uno slogan che fa accapponare la pelle).

Subvertising di Valentina Maran

3) Il Ministero parla tanto di "fertilità", strizzando simpaticamente l'occhio alle giovani (??) coppie, ma non ci inganna: sono le donne a essere, in realtà, prese di mira - tant'è che la parola d'ordine del FertilityDay sarà "prestigio della maternità". Come se la genitorialità dipendesse per la sua quasi totalità dalla scelta femminile e solo in secundis da quella maschile (alla faccia della consapevolezza!). Come se fosse giusto identificare socialmente la donna prima di tutto in quanto madre e fattrice feconda e poi, solo secondariamente, in quanto individuo, dotato di inclinazioni, volontà e desideri particolari. Come se le donne che scelgono la maternità (a volte anche con una certa dose di incoscienza, come sottolinea nella sua bella lettera alla ministra Lorenzin Mary G. Baccaglini) fossero un po' più donne e un po' più meritevoli di quelle che decidono di non averne. Come se mai avessimo lottato per essere "altro" oltre al frutto delle nostre ovaie e del nostro utero.

Insomma, da qualunque parte si consideri la faccenda, il piano nazionale sulla fertilità e la conseguente campagna mediatica ideata dal Ministero si sono rivelati disastrosi. La Lorenzin ha saputo far arrabbiare uomini e donne, giovani e vecchi, come forse non accadeva da tempo in Italia. Le proteste sono state tanto numerose che il sito Internet dedicato al FamilyDay è stato chiuso già nella giornata di ieri.

Ora staremo a vedere che cosa accadrà: la giornata nazionale per il "prestigio della maternità" è prevista per il prossimo 22 settembre. Chissà se la Lorenzin e il suo entourage di pubblicitari pacchiani avranno il coraggio di arrivare fino in fondo. Nel caso, speriamo, come sempre, in una bella contro-manifestazione, sentita, colorata, "di pancia"... Una bella pancia fertile, sì: capace, però, di partorire idee, valori, reali consapevolezze - invece che ovuli da donare allo Stato.

Link di riferimento:
- Al di là del buco
- Non solo FertilityDay: le donne sono arrabbiate e hanno ragione ad esserlo, di F. Perina

giovedì 18 agosto 2016

Di ritorno dai boschi delle bagiue

Di ritorno da due giorni nella terra delle bagiue (Triora, Liguria) e già ci vorrei tornare. Terra di acque limpide e di boschi, dove immagino donne sagge camminare a piedi nudi, veicolando l'energia tellurica.
Terra (anche) di morte, perché l'ignoranza può essere spietata, letale - e si sa che spesso il potere di guarigione veniva scambiato per volontà di nuocere, le antiche conoscenze trasfigurate in retaggi pagani da esorcizzare e il potere del "femminino" in una manifestazione satanica da distruggere, torturare, fare a pezzi.
Eppure le streghe continuano a vagare per i sentieri e le strade di Triora. Il libro di Sandro Oddo Bagiue - Le streghe di Triora, fantasia e realtà (con le bellissime illustrazioni di Diana Fontana) raccoglie testimonianze che precedono il processo terribile, condotto dall'Inquisizione a partire dal 1587, e che arrivano sin quasi ai giorni nostri: a dimostrare quanto e come l'energia dei luoghi, connessa a quella di alcuni individui, sia inestinguibile.

Dal libro di Sandro Oddo,
una delle bellissime illustrazioni
di Diana Fontana
«Le streghe esistono, eccome, e non solo in Valle Argentina. Anche se non me lo chiedete ve lo dico: mi capita spesso di volare di notte. Volo, non solo nella vallata, ed incontro persone che conosco e saluto dicendo loro: "Ci siete anche voi? L'avevo immaginato!"» (La testimonianza di Amalia, la "strega del pentolino" intervistata durante la trasmissione Bell'Italia, riportata nel libro di Sandro Oddo).
Ho parlato e scritto tanto, delle mie amate "streghe", nel corso degli anni (sul vecchio - ma mai dimenticato - blog Silentia Lunae; su diversi articoli cartacei; nella mia tesi di laurea; ora anche su Phaneron...) e, al di là del dato storico, ciò che mi lega a loro è da sempre un sentimento che ha a che fare con la suggestione della Natura, con la poesia e con la familiarità rispetto a ciò che è diverso, contestato, in-compreso. Perché questo erano (sono!) le masche, le bagiue e tutte le strigae di cui conserviamo memoria: donne che, pur nella loro semplicità, avevano riconosciuto e coltivavano (non solo dentro se stesse, ma anche nella Natura potente che le circondava) il Femminino - e che, proprio per questo, furono perseguitate, oppresse e schiacciate da taluni elementi della società ad esse contemporanea.
Oggi sono cambiati i tempi (almeno così ci raccontano...), ma l'accettazione del Femminile (del Femminile profondo, intendo: oggi voglio andare ben oltre la discriminazione di genere) è una realtà ancora lontana.

Tornerò a parlare di streghe. Ne parlerò più diffusamente e in maniera più precisa e articolata.
Oggi, però, ho bisogno di semplicità.
Ho bisogno di leggere le loro storie e di fantasticare. Immaginandole nella notte, radunate intorno alla "Cabotina", coi grembiuli pieni di strigonella e i talloni consumati a forza di percorrere sentieri...

lunedì 8 agosto 2016

Per Evandro della Serra: amico grande, anima bella

Ti leggo adesso che non ci sei più.
Del resto, lo sai, io sono sempre stata lenta e precisina, mentre tu sprizzavi parole da tutti i pori. Per questo ora il tuo silenzio ha un effetto tanto straziante, in me e in tutti noi. Eravamo abituati a sentirti, a leggerti - e credo che non abbiamo mai capito niente, perché, in verità, eri tu ad ascoltarci, a leggere tra le nostre righe impazzite, a suonare i nostri vissuti in accordo con l'andirivieni delle onde del mare. Diventavano belle, le nostre vite, attraverso la tua penna.
Con me, replicasti la magia per due volte - le più importanti. Con La casa della Candelora (i cui protagonisti erano - guarda caso - un vecchio brontolone e "la ragazza dalle nere sottane", inquilini improbabili di un condominio che tanto sarebbe piaciuto a Salvador Dalì), diversi anni fa e, di recente, con Il canto delle conchiglie, andato in scena a Jesolo lo scorso 24 luglio. 
Avevi saputo della mia separazione, degli anni di sofferenza che avevo trascorso (sempre in silenzio, come da copione) e mi hai chiesto di farti dono del mio dolore.
Sei sempre riuscito a farmi scrivere. Sei sempre stato un guaritore attraverso le parole.
Io ho rigettato su carta la mia decennale rigidità - tu ne hai fatto poesia.
Se non è un miracolo questo.
Il mare imbroglia, è sempre lui che mescola le carte. Tu lasci delle orme, dei segni, pianti un paletto, scrivi qualcosa con le conchiglie di giorno e la notte arriva l'alta marea e sguish...cancella tutto. Ogni mattina ricominci da capo, e non saprai con quale forza il mare si schianterà sui frangionde, se accarezzerà la spiaggia o la schiaffeggerà. La vita è uguale. Ci sono giorni che il cielo e il mare si truccano pesantemente, come vecchie attrici, di nero e blu. L'alba non può esibire nulla di viola. Sipario, si recita lo stesso. E in questi giorni di tempesta, con la grandine che spacca i tetti dei chioschi e fa assomigliare la sabbia ad emmenthal io penso, e quando penso sono pericolosa per me stessa. Penso e mi faccio male. Progetto la mia distruzione con estrema cura, fin nei minimi particolari. Mi rovino la vita da professionista. (Da Il canto delle conchiglie)

Evandro Della Serra
Me lo hai ripetuto per anni, che avrei dovuto continuare a scrivere ("Scrivi, ragazzina. Sei favolosa, quando scrivi") e io, che non sono granché come allieva, per tutta risposta, ho lasciato (con gioia, con trepido orgoglio) che fossi tu a raccontare il mio travaglio. Non avrei potuto affidarlo a mani migliori.
Chissà se imparerò mai la lezione, Evandro caro. E, se la imparerò, chissà se avrò mai modo di dirtelo, che l'ho imparata.
Sarebbe bello se un giorno potessimo ritrovarci nella nostra Casa della Candelora, in quel condominio surreale che assomigliava ad un alveare. Chissà se torneremo ad essere vicini di casa - e insieme a noi coloro che abbiamo amato come folli. Sarebbe bello se potessi dirti che dalla tua morte sono nati fiori gialli e arancioni e blu, che profumano di cose giuste e felici. Credo che ne saresti soddisfatto. Credo che non vorresti lacrime e sconforto, per questo brutto scherzo che ci hai giocato, bensì ti aspetteresti che imparassimo qualcosa - una volta tanto.
Ci proveremo. Ci proverò. Da domani. Oggi lascia che ancora ci asciughiamo le lacrime, stringendoci smarriti l'un l'altro. Perché ci manchi, sai. Mancano i tuoi rimbrotti, le tue esortazioni - e, sopra ogni cosa, le tue parole. Quelle che rievocavano odori e rumori forti e risate fra le lacrime e terra e spruzzi di acqua salata...
Questa vita ha bisogno di uomini che leggano poesie in riva al mare e che scelgano di diventare padri a dispetto del sangue - come hai fatto tu.
Adesso spetta a noi.
Bello scherzo ci hai fatto, Evandro.

venerdì 5 agosto 2016

Phaneron!

Bella estate, questa, che sa di sapone per il bucato, di profumo dolceamaro della pelle e di lavanda testarda.
Sono così impegnata a vivere che scrivo poco. Me ne dispiaccio... ma solo un po'!
Credo che fosse ora di abbandonare la vecchia "rigidità progettuale" per la bellezza del semplice fluire.
Nel frattempo, prima di pubblicare una nuova recensione (sono ancora ferma a Vita degli Elfi della Barbery), approfitto per linkare il blog del nuovo progetto a cui mi sto dedicando:



Logo e progetto grafico sono miei... e spero che vi piacciano! :)
Buona vita. Di cuore. ♥

giovedì 30 giugno 2016

Poco per volta, si viene alla luce...

Un caro Amico mi ha chiesto di scrivere qualcosa sulla solitudine, per aiutarlo nella composizione di un monologo sulla malinconia generata dalla fine di un amore.
Queste sono alcune delle mie idee, dei pensieri che ho scritto di getto - senza pensarci troppo su.
Il risultato finale sarà nel suo monologo, che spero di poter presto pubblicare su questo blog. In fin dei conti aveva ragione De André: dal letame nascono sempre i fiori...


Raccontare grandi tragedie è facile. Mettere su carta passioni che spingono i protagonisti a deragliare è un mestiere semplice. Il difficile è raccontare la corruzione lenta dei sentimenti, lo sgretolarsi quotidiano di un’illusione. Il cinema e la letteratura pullulano di personaggi maschili violenti. Ma si può essere crudeli anche con dolcezza e senza mai alzare la voce. Esistono uomini dediti al distacco tanto quanto altri lo sono alla bottiglia o al gioco d’azzardo. Vivono male con se stessi e cercano qualcuno con cui condividere questo disagio. Ma poi, quando lo trovano, non lo seguono mai verso la fine del tunnel. No. Loro in quel tunnel (un po’ umido, abitato da animaletti ciechi, amanti dei lunghi letarghi) ci stanno bene. E pretenderebbero che anche tu ti fermassi lì. E tu lo fai. Per amore accetti tutto. La desolazione del silenzio, la monotonia di una solitudine coltivata in compagnia.
Gli altri (gli amici, tua madre che osserva il tuo sguardo triste e cerca di capire senza mai avere il coraggio di farti domande dirette) continuano a dirti che sei bella. «Sei un fiore, non lo vedi? Non hai una ruga, non hai occhiaie…» Per forza. Io sono intatta e candida come una statua d’avorio. Senza sussulti. Avevo un nocciolo fatto di calore e di battiti frenetici, dentro di me, fino a qualche anno fa. Poi ha cominciato a seccarsi. A indurirsi. E’ diventato granitico e scaglia fitte contro il mio ombelico.
A volte vorresti essere una di quelle creature semplici che non si pongono mai domande. Mentre tu le domande te le poni, invece. Ti tormentano tutto il giorno. Per questo devi trovare delle distrazioni: il lavoro, le amiche, i libri, Internet. Qualsiasi cosa che metta a tacere quella disperata voce interiore che ti dice: «Non esiste un senso, in tutto questo». Perché, se la tua vita non ha un Senso (alto, cristallino, infrangibile nonostante le brutture di questa esistenza), allora a cosa serve aprire gli occhi ogni mattina. [...] Passano lentamente, gli anni, quando sei impegnata a farti a pezzi. Una vita che trascorre senza lasciare traccia. Alla fine abbandoni ogni istinto di ribellione. Vorresti solo un'esistenza normale, fatta di piccole cose banali. Ti illudi che i piccoli rituali quotidiani possano aiutarti ad anestetizzare cuore, pancia e cervello. Come affastellare gli anni a suon di antidolorifici.

(E poi c'è il prosieguo. Il lieto fine. Quella storia bellissima che - lo prometto - prima o poi vi racconterò...)

venerdì 27 maggio 2016

Hugo e rose

(Lo ammetto: il mio giudizio su questo romanzo è stato largamente influenzato dal mio vissuto, soprattutto da quello degli ultimi mesi. Perciò questa, più che una vera e propria recensione, sarà una carrellata di riflessioni più o meno pertinenti, che mi sono venute in mente mentre leggevo, nei tempi morti lasciati dalla scuola, sul mio fidatissimo divano verde e con il piccolo Timmy incollato alla coscia. Attenzione: contiene qualche spoiler!)

Hugo e Rose è una storia onirica, scritta con una penna veloce e al tempo stesso poetica e fantasiosa. L'intera vicenda si dipana fra sogno e realtà, fra sonno e veglia, in un intreccio dapprima quieto (l'isola in cui si incontrano ogni notte i protagonisti, dopo essersi addormentati, sembra un po' la versione fantasy di Laguna blu...), poi via via sempre più parossistico.
La storia è quella di Hugo e Rose che, pur non essendosi mai conosciuti, fin da bambini si incontrano in sogno: notte dopo notte, infatti, essi si ridestano a nuova vita in un'isola immaginaria, dove combattono contro mostri e ragni giganteschi, avendo come unico obiettivo quello di raggiungere l'apparentemente impenetrabile Città Castello. Questi sogni, ricorrenti e progressivi, appaiono agli occhi dei familiari della protagonista (una donna di mezza età che conduce un'esistenza frustrante, tutta dedita alla cura dei tre figli e della casa) come un'innocua bizzarria... almeno fino al giorno in cui Rose non incontra Hugo, il suo onirico compagno, anche nella realtà. Condividere con Hugo anche la vita reale non sarà facile - e Rose inizierà a rendersi conto, poco per volta, di quanto pericoloso possa essere il suo legame con un uomo che, in teoria, avrebbe dovuto essere solo una proiezione della sua mente.


La mia copia di Hugo e Rose, con segnalibro di Blackmilk.

Un romanzo sui sogni, dunque - e sulla loro importanza.
«Forse... forse è questo che sono i sogni. Forse le persone che vediamo in sogno sono individui reali che hanno qualcosa da insegnarci, che possono aiutarci in qualche modo... Ma dai sogni ci si sveglia. I sogni dovrebbero aiutarci a vivere meglio la vita... non impedircelo.»
Pre-destinazioni...

Ma anche un romanzo sulla predestinazione. Peccato che l'americanissima Bridget Foley guardi ad essa con estrema diffidenza, trasformando il "viaggio iniziatico" di Hugo e Rose in un incubo (dal sapore spiccatamente cinematografico, con tanto di inseguimenti da parte dei "mostri" dell'isola) da cui la protagonista riuscirà a stento a salvarsi.
E' un po' come se la Foley avesse voluto metterci in guardia sulla possibile pericolosità dei legami karmici, descrivendoli come fondamentalmente patologici: non un'occasione preziosa di crescita interiore ma, al contrario, il tentativo da parte di un'anima tormentata e impaurita di trascinare nel baratro la propria controparte.

Ovviamente, per quanto coinvolgente sia la scrittura dell'autrice di Hugo e Rose il finale non mi ha convinta affatto: la vittoria della famiglia tradizionale (borghese, con una moglie annichilita nel proprio ruolo e oggettivamente frustrata) a scapito dei segnali provenienti da una realtà "altra" e la relativa "sconfitta" del personaggio di Hugo hanno il sapore di una soluzione di comodo, rassicurante per la maggior parte dei lettori, più che di un reale happy end. Come se l'autrice avesse voluto confrontarsi con tematiche delicatissime (i nessi del destino, i legami animici) senza avere poi il coraggio di affrontarne le debite conseguenze. Meglio per tutti (e forse anche per la Foley stessa) che la pingue, esausta Rose ritorni infine nei ranghi casalinghi, a districarsi fra faccende e sogni banali, e che il superamento dei suoi limiti personali si risolva semplicemente nel voler indossare il caschetto per imparare finalmente (dopo i 40 anni) ad andare in bicicletta...

B. Foley
Hugo e Rose
Edizioni e/o
P. 330

sabato 21 maggio 2016

Mille papaveri rossi

... e poi ci sono quelle giornate un po' così, in cui forse ti poni troppe domande - e in cui ti arrivano risposte come queste da parte delle amiche-sorelle che ami e che stimi sopra ogni cosa...
Parole che non sono solo consolatorie, ma addirittura illuminano - ti indicano la via quando credi che faccia troppo buio per poterla scorgere.

«Noi siamo papaveri. Abbiamo petali delicatissimi ed uno stelo così fragile, sembriamo inermi...
Invece, cacciati dai campi come erbacce, cresciamo rigogliosi dove nessuno ci ha piantati, ai bordi delle strade creiamo aiuole dove nessuno ci ha curati o coltivati. E la gente che passa non può non darci uno sguardo, perché siamo tanti ed il nostro colore è acceso, accattivante. Con un cuore scuro e profondo e rossi come il fuoco che abbiamo dentro, come i segni che ci contraddistinguono...»

Ci tornerò ancora, su questi bellissimi papaveri che ci contraddistinguono, amica mia.
Nel frattempo, ecco i tuoi papaveri (che mi sono fermata a fotografare sul ciglio della strada, al ritorno da scuola) e la mia lavanda, fioriti all'unisono.

venerdì 13 maggio 2016

Sii dolce con me. Sii gentile.

Sii dolce con me. Sii gentile.
E’ breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo
dell’umano. Come ora ne
abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani. Non potremo
fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggere.
Una nostalgia d’imperfetto
ci gonfierà i fotoni lucenti.
Sii dolce con me.
Maneggiami con cura.
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.
Quello che siamo
è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei
e affettivo e fragile. La vita ha bisogno
di un corpo per essere e tu sii dolce
con ogni corpo. Tocca leggermente
leggermente poggia il tuo piede
e abbi cura
di ogni meccanismo di volo
di ogni guizzo e volteggio
e maturazione e radice
e scorrere d’acqua e scatto
e becchettio e schiudersi o
svanire di foglie
fino al fenomeno
della fioritura,
fino al pezzo di carne sulla tavola
che è corpo mangiabile
per il mio ardore d’essere qui.
Ringraziamo. Ogni tanto.
Sia placido questo nostro esserci -
questo essere corpi scelti
per l’incastro dei compagni
d’amore. nei libri.

Mariangela Gualtieri

giovedì 12 maggio 2016

Vi racconterò una storia - ma non ora...

(Qual è il titolo della storia della tua vita?
C'è un sottotitolo?
Chi è l'autore?
[1])

Ho una bella storia da raccontare. Ma non lo farò adesso, perché anche le parole necessitano di un tempo di gestazione. Devono essere scritte e lette al momento giusto, da quei delicati marchingegni che sono.
E' una storia contro cui in molti hanno puntato e punteranno il dito; sono gli invidiosi, coloro che non sanno più produrre sogni e perciò detestano i sogni e il coraggio altrui.
E' una storia per cui qualcuno si è commosso o ha sentito rinascere in sé la speranza; queste sono le anime più belle, quelle che non smettono mai di essere in movimento, di camminare...
Non è una storia semplice. Non è una storia perfetta. E' una storia ammaccata, trepida come una fiamma. E' fatta dei miei acciacchi, di tutti i singhiozzi repressi finora. Eppure è una grande storia.
Le ferite, adesso, non sono più marcescenze da nascondere - o da rattoppare. Sono bocche attraverso cui fluisce il sangue (d'un bel rosso vivo), che permettono il passaggio dal vecchio al nuovo, dall'inconscio al conscio, dalla calda tenebra alla luce.
Un giorno ve ne dovrò parlare.
Un giorno, quando sarà tempo.

Alchemy (2014) di © Marina Krylova
[1] Da Curarsi con la scrittura, di Fulvio Fiori.

giovedì 21 aprile 2016

Psicologia e alchimia della coppia

«L'altro è lo specchio sul quale non dobbiamo limitarci a proiettare la nostra immagine per compiacerci di quanto bella ci venga restituita, o la nostra Ombra pr combattere quegli aspetti negati di noi stessi che non riusciamo ad accettare. L'altro è la superficie riflettente oltre la quale abitiamo noi stessi. L'altro è il tutto di noi, dal quale dobbiamo imparare a recuperare ciò che ci è necessario per conoscerci, per evolvere. Dall'altro dobbiamo imparare, perché attraverso i suoi comportamenti, le sue reazioni, il modo che ha di porsi nei nostri confronti, è in grado di darci tutte le informazioni che ci servono per poterci conoscere più a fondo e contattare il nostro Nucleo d'Oro.»

Lo psicologo e divulgatore Francesco Albanese si sofferma in questo libro, Psicologia e alchimia della coppia - dal linguaggio semplice e accessibile - sulle caratteristiche del sentimento amoroso, esplorandone la natura attraverso i capisaldi del pensiero alchemico.
Ho visto molto di me e delle persone che mi circondano, nei capitoletti rapidi in cui il saggio è suddiviso - e sarà per questo che mi è piaciuto e che l'ho letto in un paio d'ore buche, a scuola.
Il linguaggio, come dicevo, è molto scorrevole e rende il testo adatto e comprensibile anche ai non addetti ai lavori.
Prima di tutto Albanese si sofferma a spiegare le varie fasi del processo di trasformazione alchemica, soffermandosi in modo particolare sul concetto di "Nucleo d'Oro", che comprende in un unicum il principio maschile e quello femminile e sui miti antichi riguardanti l'androgino.

L'androgino. Illustrazione del XV secolo.



Successivamente, l'autore si interroga su che cosa sia realmente Amore, sentimento su cui poeti e filosofi hanno consumato una grande quantità d'inchiostro...
Citando molti altri studiosi e psicologi, Albanese tenta di definirne le varie tipologie (ad esempio: l'amore ludico, l'amore solidale, l'amore erotico, l'amore pragmatico ecc.), sottolineando come non tutte corrispondano all'Amore inteso come forma più alta di compenetrazione (fisica e spirituale) fra uomo e donna. Spesso, infatti, secondo Albanese ci relazioniamo con "l'Altro" solo e unicamente in base ai nostri "Ego" (l'Ego-Paura, l'Ego-Rabbia, l'Ego-Solitudine ecc.), usando la nostra relazione solo per rafforzare modelli prestabiliti, che arrivano dal nostro passato.
«[...] i modelli ci consentono di attribuire un nostro personale significato agli eventi, o di formulare un giudizio, su ciò che ci accade, su ciò che accade attorno a noi, sulle persone con le quali entriamo in relazione, su noi stessi. Ma, se da un lato i modelli sono utili perché consentono di risparmiare energia e tempo, dall'altro costringono il pensiero all'interno di binari dai quali è difficile uscire, se non con un atto di consapevolezza e con fatica. Come l'acqua che scorre sempre attraverso gli stessi solchi nel terreno, così il nostro pensiero ripercorre sempre gli stessi sentieri mentali, portandoci sempre nello stesso punto. E questo è chiaramente il più grande ostacolo al cambiamento.» (p. 51)
Cambiamento e trasformazione sono infatti gli elementi necessari per crescere, individualmente e nella relazione.
«[...] trasformare vuol dire allontanarsi dalla luce che conosciamo bene e addentrarsi nel buio, dove mille minacce possono attaccare il nostro equilibrio e farci cadere, col pericolo di non riuscire più a rialzarci.» (p. 99)
Eppure la metamorfosi è necessaria per non parassitare l'emotività altrui e per gettare fondamenta solide nell'ambito della relazione di coppia. Solo lottando contro gli Ego (che determinano comportamenti e reazioni automatici, spesso dannosi), contro la tentazione di giudicare (sempre, automaticamente chi ci sta di fronte) potremo raggiungere realmente l'anima dell'oggetto amato e, dunque, anche la nostra - in un gioco di specchi che (unico, in questa vita) può condurci alla salvezza.
«In particolare, spiega Steiner, durante l'ascolto si dovrà imparare a far tacere completamente la nostra interiorità. [...] Quando riusciremo ad ascoltare i discorsi degli altri con totale imparzialità, facendo completa astrazione dalla propria persona, dalle opinioni e dal modo di sentire di essa, allora attraverso le parole udiremo la loro Anima.» (p. 121)
F. Albanese
Psicologia e alchimia della coppia
Editoriale programma
P. 145


(Recensione pubblicata anche su Phaneron.)

domenica 17 aprile 2016

Amore & foglie di basilico

Per radio questa mattina si domandavano se fosse più facile vivere o scrivere l'amore.
Scriverne è di certo difficile - anche solo per il fatto che non se ne ha il tempo. Ci si affanna, per amare. Si corre, ci si arrovella, ci si guarda allo specchio istante dopo istante per cercare di comprendere le ragioni stesse dell'amore. Non passa minuto in cui non cerchiamo di perfezionarci, per essere all'altezza del nostro stesso sentimento. Un lavoro sfiancante. Una meravigliosa fatica di Sisifo.
Non si ha tempo, in tutto questo marasma, di ricercare parole, di soffermarsi sugli aggettivi, di soppesare i versi di una poesia ancora da scrivere. Quando si vive, non si scrive. Anche perché le parole sono da stanare (nelle pieghe del nostro sentire, tra il turbinio rapido del batticuore che ci tormenta); al contrario l'amore è dappertutto - e ci coglie all'improvviso, come un bambino che voglia fare uno scherzo.

La nuova piantina di basilico sul davanzale della cucina...

E' nel verde delle foglie di basilico, nel vento di aprile, nelle pagine dei libri letti a piccoli morsi nel pause del nostro rincorrere, nei presagi degli oggetti smarriti in casa, senz'altro motivo plausibile che la volontà del nostro destino.
E così scopriamo quanto calda sia la pioggia nelle giornate di primavera, densa di un'unica particolare presenza.
Oltre, oltre alle parole, c'è la Vita. In ogni singola nostra particella pulsante. E' che a volte ce ne dimentichiamo. A volte non facciamo che sopravvivere, esausti, incolleriti, animati solo dal rancore per ciò che avremmo potuto avere - e non siamo riusciti ad afferrare. Eppure ci sono istanti in cui possiamo ridestarci. In cui è lecito essere felici a dispetto di ogni difficoltà. Estasiati perfino di fronte al semplice verde-verde delle foglie di basilico... Per amore, s'intende. Solo per Amore.

giovedì 7 aprile 2016

Di ogni nuovo inizio...

A volte le cose accadono per gioco, per sbaglio - o per un bizzarro disegno del destino.
Succedono quando non eri più disposta a crederci, quando ti sentivi troppo esausta per muovere un solo altro passo. E' allora che la vita viene a scuoterti. Ti afferra per le spalle - magari ti fa pure cozzare i denti. Quel che è certo è che non puoi ignorarla. Devi rialzarti e rimetterti in cammino.
Ma io vorrei riposare. Sono così stanca... E poi non ero PRONTA...
A lei non interessa. Il momento è lì, tra le tue mani. C'è una lezione da imparare. Forse ti aspetta da secoli. In ogni caso, non puoi restare ferma un solo istante di più. Ostinarsi nel dolore (o, peggio, nel rancore) sarebbe mortale.
E dunque, sì, camminiamo.
Questo blog nasce da una nuova fase della mia vita.
Questo blog nasce dalla Danza delle Api.