lunedì 8 agosto 2016

Per Evandro della Serra: amico grande, anima bella

Ti leggo adesso che non ci sei più.
Del resto, lo sai, io sono sempre stata lenta e precisina, mentre tu sprizzavi parole da tutti i pori. Per questo ora il tuo silenzio ha un effetto tanto straziante, in me e in tutti noi. Eravamo abituati a sentirti, a leggerti - e credo che non abbiamo mai capito niente, perché, in verità, eri tu ad ascoltarci, a leggere tra le nostre righe impazzite, a suonare i nostri vissuti in accordo con l'andirivieni delle onde del mare. Diventavano belle, le nostre vite, attraverso la tua penna.
Con me, replicasti la magia per due volte - le più importanti. Con La casa della Candelora (i cui protagonisti erano - guarda caso - un vecchio brontolone e "la ragazza dalle nere sottane", inquilini improbabili di un condominio che tanto sarebbe piaciuto a Salvador Dalì), diversi anni fa e, di recente, con Il canto delle conchiglie, andato in scena a Jesolo lo scorso 24 luglio. 
Avevi saputo della mia separazione, degli anni di sofferenza che avevo trascorso (sempre in silenzio, come da copione) e mi hai chiesto di farti dono del mio dolore.
Sei sempre riuscito a farmi scrivere. Sei sempre stato un guaritore attraverso le parole.
Io ho rigettato su carta la mia decennale rigidità - tu ne hai fatto poesia.
Se non è un miracolo questo.
Il mare imbroglia, è sempre lui che mescola le carte. Tu lasci delle orme, dei segni, pianti un paletto, scrivi qualcosa con le conchiglie di giorno e la notte arriva l'alta marea e sguish...cancella tutto. Ogni mattina ricominci da capo, e non saprai con quale forza il mare si schianterà sui frangionde, se accarezzerà la spiaggia o la schiaffeggerà. La vita è uguale. Ci sono giorni che il cielo e il mare si truccano pesantemente, come vecchie attrici, di nero e blu. L'alba non può esibire nulla di viola. Sipario, si recita lo stesso. E in questi giorni di tempesta, con la grandine che spacca i tetti dei chioschi e fa assomigliare la sabbia ad emmenthal io penso, e quando penso sono pericolosa per me stessa. Penso e mi faccio male. Progetto la mia distruzione con estrema cura, fin nei minimi particolari. Mi rovino la vita da professionista. (Da Il canto delle conchiglie)

Evandro Della Serra
Me lo hai ripetuto per anni, che avrei dovuto continuare a scrivere ("Scrivi, ragazzina. Sei favolosa, quando scrivi") e io, che non sono granché come allieva, per tutta risposta, ho lasciato (con gioia, con trepido orgoglio) che fossi tu a raccontare il mio travaglio. Non avrei potuto affidarlo a mani migliori.
Chissà se imparerò mai la lezione, Evandro caro. E, se la imparerò, chissà se avrò mai modo di dirtelo, che l'ho imparata.
Sarebbe bello se un giorno potessimo ritrovarci nella nostra Casa della Candelora, in quel condominio surreale che assomigliava ad un alveare. Chissà se torneremo ad essere vicini di casa - e insieme a noi coloro che abbiamo amato come folli. Sarebbe bello se potessi dirti che dalla tua morte sono nati fiori gialli e arancioni e blu, che profumano di cose giuste e felici. Credo che ne saresti soddisfatto. Credo che non vorresti lacrime e sconforto, per questo brutto scherzo che ci hai giocato, bensì ti aspetteresti che imparassimo qualcosa - una volta tanto.
Ci proveremo. Ci proverò. Da domani. Oggi lascia che ancora ci asciughiamo le lacrime, stringendoci smarriti l'un l'altro. Perché ci manchi, sai. Mancano i tuoi rimbrotti, le tue esortazioni - e, sopra ogni cosa, le tue parole. Quelle che rievocavano odori e rumori forti e risate fra le lacrime e terra e spruzzi di acqua salata...
Questa vita ha bisogno di uomini che leggano poesie in riva al mare e che scelgano di diventare padri a dispetto del sangue - come hai fatto tu.
Adesso spetta a noi.
Bello scherzo ci hai fatto, Evandro.

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