venerdì 25 novembre 2016

Della morte e dell'amore

In questa giornata dedicata alla violenza contro le donne, ho scelto, per questo post, un titolo che strizza l'occhio al vecchio film di Michele Soavi, ma che in realtà mira a sottolineare (con quanta amarezza!) il binomio attraverso cui i media italiani spesso tentano di "sdoganare" (quando non addirittura giustificare) il femminicidio: l'ha uccisa perchè l'amava troppo - ed ecco che, pericolosa e sotterranea sempre di più si diffonde l'idea che, per amare, sia necessario opprimere, schiacciare, possedere, annientare.

Purtroppo, in questi giorni, a causa di problemi lavorativi e personali, non ho avuto tempo di scrivere nulla di nuovo. Per questo 25 novembre, dunque, vi ripropongo una selezione di vecchi articoli già pubblicati sul vecchio blog La Cassandra, dedicati ai diritti delle donne e alla violenza di genere.

Buona lettura! :)

Non voglio fare la maestra d'asilo! - Riflessioni di una docente (esasperata) di scuola superiore: dove sta scritto che noi donne altro non possiamo fare, se non cambiare pannolini?

... e liberaci dal male - Contro la misoginia veterotestamentaria di Camillo Langone (nella speranza che, prima o poi, si tolga qualche ragnatela di dosso!)

P come Patriarcato

Ni una màs - L'importanza delle parole e quella (relativa) dei dati statistici

Oltre le celebrazioni - Resoconto del laboratorio scolastico dedicato all'aborto selettivo a danno delle bambine, realizzato nel 2015 con una delle mie classi del biennio.

lunedì 14 novembre 2016

Dell'importanza di inventare storie

Raccontare storie è un'attività antica quanto l'uomo. Prima ancora della scrittura, prima ancora delle forme letterarie, esistono le parole e le storie.
Oggi viviamo in una società e in un'epoca in cui il valore della parola letteraria è sminuito, quando non addirittura additato come inutile, superfluo. Un'attività per oziosi e per sognatori. E, si sa, nessuno ha più bisogno di sognatori: dobbiamo essere dei tecnici,  dobbiamo essere a tutti i costi pragmatici e realistici, calati nell'attualità ed espertissimi delle ultime tecnologie - diventate ormai il fine della nostra esistenza, anziché semplici strumenti attraverso cui comunicare. Vogliono toglierci la facoltà precipua dell'essere umano, per renderci sempre meno umani e, dunque, sempre più manovrabili. Vogliono toglierci l'immaginazione.
«Professor Vivaldi, non faccia della poesia!» esclamava esasperato il preside di scuola superiore rivolto all'appassionato insegnante di lettere interpretato da Silvio Orlando, nel film La scuola, di Daniele Luchetti. Quasi come se fosse un'oltraggiosa perdita di tempo, "fare poesia".
Invece nasce tutto da lì: la nostra ψυχή, i nostri sentimenti, la nostra umanità (perdonate se mi ripeto) nascono proprio dalla nostra capacità po(i)etica e immaginativa.
Senza la fantasia non avremmo mai immaginato e creato storie. Prometeo non avrebbe mai rubato il fuoco a Zeus; la guerra di Troia avrebbe avuto come unica (banale) motivazione la rivalità commerciale tra le più importanti città del Mediterraneo; Catherine e Heathcliff non si sarebbero mai innamorati; e nessuna balena bianca avrebbe mai solcato i mari, tormentando l'anima e i pensieri di un vecchio capitano zoppo.
Senza la fantasia saremmo solo macchine a cui è stato concesso il dono della vita, automi dotati della facoltà di riprodursi. Niente di più.

Cappuccetto Rosso
illustrato da
© Cory Godbey
Ai miei alunni pongo sempre la stessa domanda: «Perché l'uomo inventa storie?». Il più delle volte mi guardano dubbiosi: quali storie? Nessuno ha bisogno di inventare storie! Google ci racconta già tutto quello che abbiamo bisogno di sapere! Invece, a ben vedere, siamo ancora circondati da miti e fiabe di ogni genere. Nonostante i tentativi di renderci sterili, nonostante la tecnocrazia dilagante, le storie sono pur sempre tutto intorno a noi: nei libri che possiamo acquistare al supermercato, nelle leggende metropolitane che si diffondono tramite i social network, nelle fandonie che inventiamo per spiegare (a tutti i costi!) ciò che non sappiamo... noi usiamo quello che resta della nostra facoltà immaginativa.
E' per questo che possiamo sperare ancora in un risveglio delle coscienze. Chi scrive storie (anche imperfette, acciaccate, sgrammaticate) è un partigiano della fantasia - e le storie stesse sono armi di resistenza, proiettili che colpiscono il cuore della moderna indifferenza, dell'individualismo esasperato che ci vuole sempre "interconnessi", ma disperatamente soli.

In questo senso, credo che la scuola (ogni genere e grado di scuola!) non dovrebbe limitarsi allo studio della letteratura e dei generi letterari, ma con ogni mezzo dovrebbere cercare di trasmettere la passione per la lettura e per la scrittura creativa - quest'ultima purtroppo del tutto ignorata dai programmi ministeriali.

Non è la prima volta che rifletto su questi argomenti; ma oggi mi ci sono soffermata in modo particolare, dopo aver tenuto la mia prima lezione di italiano ad una classe di studenti provenienti dal carcere. Senza pensarci troppo, ho posto loro la stessa domanda che ad ogni inizio di anno scolastico rivolgo (come ho già scritto) ai miei studenti quindicenni: «Perché l'uomo inventa storie?». Questa volta non ho incontrato sguardi dubbiosi, ma occhi che, al contrario, finalmente si illuminavano: «Per imparare! Raccontiamo storie per imparare e per trasmettere ciò che abbiamo imparato!». E' così: nessun progresso umano (neppure quello scientifico e tecnologico, che tanto idolatriamo) sarebbe mai stato possibile, se non avessimo dapprima immaginato un futuro migliore per noi stessi e per le generazioni future...

sabato 12 novembre 2016

P come Perdono

Dal dizionario etimologico
PERDONARE: dal latino per-donare, "donare, rilasciare", "assolvere dalla pena"


Sempre più spesso noto come, sui social, vada di moda inneggiare ai propri difetti e al proprio brutto carattere.
Sono cinica e me ne vanto. Ho un caratteraccio... fatevene una ragione! E così via. Lungi da me voler fare l'elogio della perfezione (che è mortale) o dell'eccessiva stigmatizzazione delle qualità peggiori di ciascuno di noi: siamo esseri umani e, come tali, abbiamo lati d'ombra e lati di luce. E' un dato di fatto.
Tuttavia credo che compiacersi eccessivamente di ciò che genera solitudine, rabbia, malumore significhi sminuire l'importanza di questa vita: siamo qui per imparare, per crescere attraverso il nostro cammino, per mutare, non per restare immobili in una cristallizzazione sclerotica delle nostre caratteristiche peggiori.
Tra l'altro, ho il sospetto che l'ostentazione del negativo celi in realtà una profonda mancanza di accettazione di sé: sbattiamo in faccia agli altri i nostri difetti nella speranza di trasformarli in un punto di forza e, dunque, renderli più accettabili per noi stessi. Ma questa non è mai una buona soluzione. Al contrario, dovremmo accettare i nostri fallimenti, le nostre cadute... Accettare la nostra imperfezione non per restarvi prigionieri, ma per giungere a perdonarci - e, forti di questo perdono, trovare nuovo vigore per il cammino che dobbiamo (dovremmo?) affrontare.

Sono argomenti su cui sto riflettendo molto in questo periodo. Lo faccio tra una lettura e l'altra: sto recuperando molti autori e titoli interessanti e ne sono felicissima.
A proposito di accettazione, consapevolezza e perdono (di cui ho parlato in questo post), rimando alla mia recensione, su Phaneron, dell'interessante saggio di Gérard Athias sulla malattia (La biologia e il senso della malattia). La trovate qui.

A presto! :)