giovedì 8 dicembre 2016

Dell'importanza del sonno invernale

Non capisco esattamente per quale motivo (o forse sì, ma adesso non mi va di scriverne), ma d'inverno la gente mi appare particolarmente chiassosa. In città le corse si fanno sempre più frenetiche man mano che ci si avvicina alla famigerata data del 25 dicembre: traffico, luci intermittenti nei negozi, sfarzosi e omologatissimi alberi di Natale. Tutto molto fashion, tutto molto isterico.
Allo stesso modo non si risparmiano gli utenti del Web e dei social network che, da buoni partigiani, si dividono tra amanti e odiatori del Natale, sfidandosi in una guerra di link e gif animate, condotta a colpi di Santa Claus ammiccanti o di cinici Grinch imbronciati.
Insomma, da qualunque parte lo si consideri, questo periodo è un grande caos - un'orribile parodia in chiave consumistica di ciò che in verità era (e dovrebbe essere) il periodo solstiziale.
Frammenti di rosso (di fuoco!) nella campagna
intorno a casa mia...
Dopo la sfilata dei demoni-Krampus in occasione della festività di San Nicola (6 dicembre), a passi sempre più svelti ci avviciniamo al delicatissimo periodo delle Dodici Notti, comprese tra la Vigilia e l'Epifania. Una vera e propria immersione nell'oscurità e nella Terra (guidata da simboli importanti: il Sole, il Fuoco, l'Albero, la Stella), che dovrebbe condurre al rinnovamento individuale e cosmico. Non a caso la Natura ci invita (contrariamente a quanto accade nelle nostre città!) alla calma, al riposo, alla pausa e alla meditazione: la terra è ghiacciata, immobile. Molti animali dormono, immersi in un sonno che è immagine della morte. Tutto è rallentato, cristallizzato nella brina che copre i campi, che dipana le sue tele delicatissime tra i rami degli alberi, tra gli steli sopravvissuti. Il freddo e il sonno sono tappe imprescindibili per il Risveglio... così come ogni Notte è indispensabile per una nuova alba.
Per il Sonno sono necessari delicatezza e silenzio - l'esatto contrario del berciare forsennato a cui la maggior parte delle persone si abbandona in questo periodo. A tale proposito, in conclusione di questo post, voglio riproporre uno stralcio da La valle delle donne lupo di Laura Pariani (recensito qui), a proposito del "rumore delle parole", dell'uso sbagliato che facciamo della nostra capacità di comunicare. In questo caso, la parola non è più "magica", ma veicolo di distrazione e di smarrimento.
«Però adesso basta. Ha parlato troppo. Il mondo è avvelenato dalle parole. Le parole sono una trappola. Si comincia a morire attraverso la bocca, come i pesci, diceva sopà: era uno che parlava poco, diceva che lingua sciolta è all'uso delle beghine; che l'uomo nelle situazioni difficili più risparmia la lingua e meglio avanza verso il suo scopo. Chiaro che lo diceva perché era maschio: agli uomini non piace se le donne parlano; epperciò loro tiran fuori sempre sentenze dei seculòrum per convincere le donne a tacere. A parte questo, lei è convinta che, efforse sì, bisognerebbe trovare un altro modo di esprimersi, un nuovo linguaggio in cui si possa comunicare con leggerissimi segni, come gli animali. Ci rendiamo conto di come le bestie sono libere senza il nostro armamentario di paroloni grdiati a voce scannarozzata?»

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