mercoledì 15 marzo 2017

Antonio Manzini: "7-7-2007" e "Orfani bianchi"

Quando si dice il caso (ma il caso sappiamo che non esiste): Antonio Manzini mi è stato dapprima caldamente raccomandato da mia cugina Lidia (accanita e saggia lettrice)... e poi ecco che, puntuale, per Natale mia madre mi regala 7-7-2007, l'ultimo capitolo dei romanzi incentrati sul personaggio di Rocco Schiavone. Partire dal fondo, dalla fine di una vita, può essere un buon modo per innamorarsi - seppure con calma, senza fretta, come potrebbe accadere in una torrida estate romana.
In effetti il mio amore per la scrittura senza fronzoli di Manzini non è divampato fin da subito: per quanto riguarda il genere "giallo", non nego di essere smaccatamente esterofila - e l'ambientazione romana (e afosa) di 7-7-2007 non mi ha coinvolta nell'immediato.
Ma Manzini è un narratore sapiente e, con la stessa flemma (complice, forse, il grande caldo?) del suo protagonista, poco alla volta arricchisce la sua storia di particolari, descrizioni, tic e manie dei personaggi - oltre a momenti di pura bellezza visiva e narrativa: come la scena in cui Guido e Anna Livolsi, genitori di una delle giovani vittime, accolgono Schiavone nel loro soggiorno, dopo la morte del figlio, e sono «avvinghiati come due naufraghi ad uno scoglio in mezzo all'oceano in tempesta». O come l'episodio in cui la moglie di Rocco, Marina, utilizza il pretesto dell'affresco del miracolo di San Clemente per parlare del proprio matrimonio in crisi: «Sono quasi mille anni che quest'affresco è qui sopra. Mille anni sono tanti. Ora uno se lo potrebbe dimenticare e dare una bella mano di bianco, oppure ripararlo e cercare di farlo durare per altri mille anni. Perché due coglioni come me e te lo possano guardare, un giorno, e pensare alla loro vita, a ciò che è giusto, a ciò che è sbagliato...».
E così, scena dopo scena, particolare dopo particolare, ci si accorge che Manzini sa descrivere e (re)suscitare il dolore. Un dolore che non sempre ha senso e che muove sotterraneo nelle nostre viscere.
Non ci si dimentica facilmente di questo romanzo, della sofferenza acuta che scaturisce dalle sue pagine e che va a comporre il quadro finale. Un quadro ineluttabile, che ci lascia con l'amaro in bocca, ma anche con un senso indelebile di compiutezza.
Forse sarà stato proprio per questi motivi che, subito dopo 7-7-2007, ho iniziato la lettura di un altro romanzo di Manzini, Orfani bianchi (anche questo un regalo!).
Con questo romanzo dell'ottobre 2016, l'autore si cimenta con la descrizione di un personaggio femminile: quello di Mirta, una quarantenne moldava madre dell'undicenne Ilie (una presenza silenziosa e quasi onirica durante tutto il corso della narrazione, ma che "esploderà" drammaticamente, con tutta la sua paradossale sete di vita, nel terribile finale), giunta in Italia per racimolare denaro da spedire alla famiglia.
Mirta è delicata tanto quanto Rocco è ruvido e impenitente - ma ha una forza da guerriera: immersa in un contesto quotidiano di degrado, povertà e cinismo (più volte vittima di una società italiana razzista e dimentica dei valori umani fondamentali), Mirta lotta ogni giorno, prendendosi cura di anziani bizzosi e di famiglie disgregate, lavorando come badante e inseguendo un unico sogno: poter portare il piccolo Ilie (che è stata costretta a lasciare in un "internat", un orfanotrofio) con sé in Italia, a Roma.
Anche in questo caso lo stile di Manzini è rapido, conciso, potrei dire (e non a caso!) "cinematografico": attraverso descrizioni impietose (i dispetti fatti dalla signora Eleonora alla povera Mirta; il tragitto compiuto ogni mattina dalla protagonista per recarsi al lavoro, su mezzi pubblici sporchi, maleodoranti e sovraffollati; la tristezza del villaggio moldavo a cui Mirta fa ritorno una sola volta, dopo la morte della madre...), a cui si affianca la velocità sgrammaticata di sms e mail che la protagonista scambia col figlio, col parroco del suo paese natale, con la direttrice dell'internat e con Nina, l'amica del cuore, lo scrittore ci conduce quasi di corsa, a perdifiato, verso la risolutiva scena finale, che è un affresco perfetto, un fotogramma lapidario, l'unica conclusione possibile per il film della taciturna Mirta.

(La mia recensione sui romanzi di A. Manzini anche su Phaneron.)

A. Manzini
7-7-2007
Sellerio editore
P. 369

A. Manzini
Orfani bianchi
Chiarelettere

P. 240

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